Recensione 
![]() | Cecitàdi Saramago, José![]() |
Recensione di Magnolya scritta il 12-10-2004 alle ore 18:00
Questo è un libro di una profondità eccezionale: una visione negativa (o positiva?) della realtà di tutti i giorni. Una realtà fatta di persone che guardano ma non vedono, esistono ma non vivono.
In una città qualsiasi, in uno Stato qualsiasi, una cecità dilagante, come una epidemia, rende tutti privi di vista... tranne alcuni fortunati(?). L'autore, con uno stile sicuramente asciutto, constata i fatti, descrive la natura umana attraverso gli occhi della protagonista (la moglie del primo medico che si accorge della pandemia). Non vuole insegnare o accennare a un futuro diverso. Usando l'espediente della "cronaca" ovvero del "resoconto" dei fatti ci fa "vedere" la cecità: ci fa vedere anche che fra noi c'è pur sempre qualcuno (pochissimi...) che vedrà.
Quello che emerge dal romanzo è che la degradazione dei personaggi non è sempre frutto dell'impedimento sensoriale: spesso è frutto di scelte deliberate. E' sempre la decisione dell'uomo quella di scegliere la violenza rispetto alla nonviolenza, l'abbrutimento contro il rispetto della vita. Forse quello che l'autore cerca di comunicarci è che la bontà o la malvagità non sono presenti nel mondo esterno, nell'ambiente o nella società che abbruta o obbliga ad esser violenti. La bontà e la malvagità esistono unicamente nell'animo umano. Fin dalle prime pagine del romanzo, nel manicomio (che poi è una metafora in piccolo del mondo esterno) viene data comunicazione dalle autorità che l'organizzazione interna è a completa responsabilità dei ricoverati.
La parte più emozionante del romanzo sono le ultime 5 pagine, dove il lettore si trova di fronte ad un finale insolito e forte. Un finale che in realtà è aperto: è un finale positivo o negativo?
È difficile a dirsi.
Cosa hanno voluto dirci l'autore ed il narratore? Gli "esseri umani" riacquistano la vista, dopo essersi degradati fino all'abbrutimento pressoché totale, aver rubato e ammazzato, essersi ridotti ad animali, a "ragionare" solo seguendo il bisogno di cibo, insomma riacquistano la vista...
... ma per vedere cosa?
Città distrutte, sporche, nel caos più totale, cimiteri di macchine e palazzi, cadaveri devastati e lasciati insepolti, in balia ai cani che sono regrediti anch'essi ad animali di foresta. Tutto questo sarà ancora lì quando loro saranno costretti a vederlo, a prenderne coscienza. La domanda che assilla il lettore è: cosa si potrà ricostruire dopo?
Forse il punto vero della storia non è quello di capire se gli uomini sono vittime o carnefici, o se possa esistere una giustizia assoluta a prescindere dall'imposizione della forza. Il punto è se possono esistere esseri umani che mantengono la fiducia nella propria vera natura, e riescono a esprimerla a prescindere dalle condizioni al contorno. Nessuno nel romanzo è perfetto: il medico, il primo cieco... ognuno di essi nel corso della storia ha forse manifestato comportamenti che riterremo "non piacevoli". Però son rimasti, il più possibile, dal lato che ritenevano più corretto, anche facendo degli sforzi notevoli. Al contrario, gli altri, quelli che son diventati animali e si son fatti guidare dall'istinto, dalla sopraffazione del prossimo, che hanno manifestato un comportamento che non li classifica certo come "esseri umani", hanno portato alla degradazione dell'ambiente in cui vivono.
Gli ex-ciechi, tornati a vedere, si daranno con il tempo di nuovo forme di organizzazione e di religione... ma riusciranno questa volta a costruire nel giusto? Non succederà che, prima o poi, si arriverà di nuovo alla sopraffazione? Come la storia ci insegna? Perchè in fondo l'uomo è fatto così...?
La morale del romanzo è che non si può dar per scontata la bontà delle persone e della società, e che non esiste un momento in cui si possa dire "è fatta, abbiamo un mondo perfetto". Che esiste nella vita una tensione creativa che obbliga, chi si prende cura della propria felicità e di quella degli altri, a non abbassare mai la guardia rispetto alle proprie tendenze e a quelle della società.
Infine, il "cane delle lacrime" è la trovata più azzeccata del romanzo... la compassione che trova posto anche nell'animo di un animale ci lascia sperare che esista anche nelle persone che si son ridotti ad animali.... e non accade a caso che diventi la migliore amica della moglie del medico...
Insomma, un romanzo che vale la pena di leggere sicuramente!
Consigliamo anche la visione della riduzione teatrale in due atti di Gigi Dall'Aglio.
voto: ![]()
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I commenti
Commento di testadura scritto il 27-09-2006 alle ore 15:39
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