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Recensione

Palazzo Yacoubian

di Al-Aswani, 'Ala
Edizione Feltrinelli
ISBN 88-07-01696-6
Prezzo di copertina 16,00€



Recensione di azimuth scritta il 08-01-2007 alle ore 10:26

Ho letto questo libro piano piano, assaporandone ogni pagina, perché poter osservare da lontano una cultura diversa, pur con tutti i limiti legati a un solo punto di vista, arricchisce la consapevolezza dei meccanismi presenti nella nostra. Le vicende di Abaskharon, Hagub Yacoubian, Malak, Hatim Rashid, Dalwat e gli altri variegati protagonisti del romanzo permettono, più ancora di una ricerca storica e sociologica, di comprendere i movimenti, profondi e sotterranei, di una società invisibile agli organi di stampa.

Mentre ogni giorno prendevo la metropolitana per recarmi a lavoro, e l'aria afosa delle carrozze mi teneva compagnia sfogliando le pagine del libro insieme a me, provavo sensazioni diverse e contrastanti. La prima, la più forte, è l'incapacità di cogliere tutte le sfumature degli eventi, soprattutto nelle prime pagine: il Cairo ti investe subito con colori, suoni, il rumore assordante di una città cresciuta troppo in fretta, e poi ripiegatasi su sé stessa, con la povertà che la fagocita. Un palazzo, che da il titolo al libro, che raccoglie in sé una Cairo in miniatura.


Aspetto la chiusura delle porte, ed ecco arrivare una rabbia mista a un senso di impotenza. Forse è l'eccesso di persone che mi circonda, forse è la tristezza che leggo in alcuni occhi. O forse sono figure come quella di Taha al-Shadhli, icona suo malgrado del meccanismo psicologico alla base del terrorismo. La lotta strenua contro l'ingiustizia, a costo di grandi sacrifici e senza mai scendere a patti con il proprio destino, la delusione di non riuscire a superare le barriere di classe o quelle economiche, l'impotenza di non poter far valere i propri diritti in una società oramai completamente corrotta. Ingredienti che portano all'abbandono della realtà, e al bisogno di rifugiarsi in una forma di "socialità" alternativa - rappresentata, in questo caso, dalla società islamica. Non è raro trovare fenomeni di questo tipo anche in altri gruppi, soprattutto in quelli che danno supporto psicologico ed economico ai propri aderenti. Nell'ambiente del romanzo si trovano altre concause, come ad esempio l'uso della violenza da parte degli Stati Uniti d'America, una aggressività che fornisce più di un alibi a chi vorrebbe strumentalizzare un credo per assoggettarlo ai propri fini.

Salendo le scale mobili, non mi sfugge il parallelo con la discesa di un uomo di nobili origini come Zaki al-Dusuqi, nonché l'ascesa di un uomo di umili origini come Mohammad 'Azzam. Uno ricco, ma ridotto in povertà a seguito della rivoluzione; l'altro, lustrascarpe che, dopo un soggiorno all'estero, torna e acquista le stesse case di fronte alle quali lavorava. Le differenze tra ricchi e poveri, in Egitto, sono enormi: 'Azzam che regala carne a seguito della sua elezione del Parlamento egiziano crea tafferugli, la gente affamata che rischia di sfondare le finestre e le porte dei suoi negozi.

Esco, vedo di nuovo la luce del sole, e rifletto della netta cesura tra la cultura e la società egiziana prima e dopo la rivoluzione. Sebbene non sia d'accordo con le sue conclusioni, prendo in prestito le parole di Magdi Allam, che nel suo "Vincere la Paura" scrive:

Eppure quello era l'Egitto reale. A dimensione d'uomo. Pacioso e godereccio. Dove l'uomo era al centro della vita, e tutto il resto ruotava attorno in una funzione subordinata. Compreso il tempo. (pag. 28)

Prima del 1967, l'Egitto era una vera e propria potenza, economica e politica. In seguito alla sconfitta patita durante la guerra dei sei giorni contro Israele, considerata come la Naksa, il Crollo, il Decadimento, il suo ruolo è sminuito - si è fatto piccolo, soggiogata in seguito dalla spinta integralista:

Fino alla fine degli anni sessanta nella sola via Suleyman pasha si contavano più di dieci bar. Poi arrivarono gli anni settanta e il centro cominciò a perdere di importanza. A poco a poco il cuore del Cairo si spostò dove viveva la nuova classe dirigente, a Mohasidin o a Medinet Nasr. La società egiziana fu scossa da un'inesorabile ondata di religiosità; bere alcolici divenne socialmente mal visto. (pag. 30)

La conclusione del romanzo è in linea con le premesse, e seppure vi troviamo alcuni naturali epiloghi, le fila della trama tessuta nelle pagine precedenti rimangono sospese. Come se l'autore avesse voluto aprire una finestra e farci assaporare una cultura e non scrivere un romanzo.

Indimenticabile.


voto: 9 su 10

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